Cinema... che passione!

Cenni di Storia del cinema, tra tecnica e linguaggio

Di

Patrizia Fergnani

Il cinema deve la sua nascita a una molteplicità di scoperte scientifiche, di innovazioni tecniche e artistiche, compiute da diversi ricercatori e inventori soprattutto nel corso dell’Ottocento. Esso ha attinto molti caratteri da altre arti (in particolare, dalla fotografia, dal teatro, dalla pittura, dalla musica, dalla letteratura), integrandoli e trasformandoli in forme espressive e in funzioni informative proprie attraverso un percorso impegnativo, che attraversò diverse fasi prima di assumere un linguaggio autonomo.

Si considera un primo passo fondamentale la ricerca di trasformazione della fotografia da statica a dinamica, che si ottenne scomponendo un’azione e riproducendo il movimento in scatti successivi con gli strumenti ottici dell’Ottocento. Fu il laborioso passaggio dalla lastra fotografica alla pellicola che consentì di impressionare immagini in sequenza, di proiettarle in rapida progressione fino a riprodurre l’impressione del movimento.
Tra i ricercati dispositivi di immagini in movimento, il primo ad essere messo a punto e presentato fu quello dei fratelli Louis e Auguste Lumière, figli di un fotografo. Nel 1895 proiettarono per la prima volta a Parigi la pellicola stampata con un apparecchio che avevano brevettato, il cinematografo, la loro idea attirò molto pubblico e divenne uno spettacolo. L’arrivo del treno e L’innaffiatore innaffiato divennero i brevissimi filmati più famosi tra quelli presentati.
In seguito, si proiettarono vedute di ambienti, di città e Paesi, erano singole immagini a effetto immediato, scene comiche, documentari che rappresentavano la realtà, anche in pochi minuti.
A partire dal 1896, l’illusionista e regista Georges Méliès, ispirandosi ai trucchi teatrali che ben conosceva, introdusse via via tecniche fantasiose ed effetti speciali, nonché effetti di montaggio dagli esiti comici o surreali. La sparizione di un personaggio e la sua riapparizione, ottenute con l’arresto e l’avviamento successivo della ripresa, quindi sovrimpressioni, dissolvenze, accelerazioni o rallentamenti dei movimenti dei personaggi, il colore dipinto a mano sulla pellicola con una lente di ingrandimento, furono le sue esecuzioni di grande precisione.
Ma l’aggregazione delle immagini dinamiche mancava di uno sviluppo narrativo nello spazio e nel tempo, che divenne oggetto di studio negli anni a seguire, allontanando via via il cinema dal solo intrattenimento e dalla rappresentazione della realtà.

Infatti, si realizzò un secondo passo importante sperimentando le pratiche della ripresa e del montaggio per raccontare una progressione di fatti, anche disarticolando i nuclei narrativi e ricomponendoli, spostandosi inoltre dalla concretezza degli eventi alla dimensione dei sentimenti.
A partire dal 1908, David Work Griffith contribuì notevolmente all’evoluzione del racconto, interrompendo la linearità con relazioni spazio-temporali inconsuete, sperimentò a lungo ripresa e montaggio, dimostrò molteplici utilizzi della macchina da presa a fini narrativi: ad esempio, frazionando una scena e riprendendo da angolazioni diverse, anche con più macchine, poteva assegnare una diversa funzione espressiva a ogni inquadratura, conferendo poi coerenza e ritmo attraverso il montaggio. In particolare, con i montaggi parallelo e alternato realizzò film molto complessi, intrecciando nel primo più storie ambientate in luoghi e tempi diversi, evidenziandone relazioni, contrapposizioni e messaggi, sviluppando nel secondo la simultaneità di due o più eventi, due o più situazioni consequenziali, fino alla loro convergenza, di solito, in un esito finale.
Codificò la terminologia (ad esempio, inquadratura, scena, sequenza), sistematizzando regole e tecniche già conosciute, inventò il close-up, che divenne il primo piano.
Ma il cinema, per acquisire autonomia, aveva bisogno anche di affrancarsi dalle tradizioni teatrali dell’epoca, dalla rappresentazione scenica che comportava lo svolgimento delle azioni al centro dell’immagine, dalle funzioni decorative della scenografia, dall’uso pressoché uniforme dell’illuminazione.

Griffith iniziò a prendere le distanze dalle tecniche teatrali, cominciò sfruttando la sparizione e la riapparizione graduale dell’immagine, consentite dalla macchina da presa, le dissolvenze, per segnalare la fine di una scena e l’inizio di quella seguente o comunque i passaggi temporali centrali, sostituendo così l’uso del sipario.

L’avvento del sonoro prima e quello del colore poi segnarono i passaggi successivi. In molte sale i film erano accompagnati da effetti sonori prodotti durante la proiezione, oppure da un pianista, da un’orchestra dal vivo. Cabiria, di Giovanni Pastrone (1914) e Intolerance di David Work Griffith (1916) ne sono famosi esempi.
Si avvertiva la necessità di musiche e dialoghi, si erano già sperimentate la registrazione e la riproduzione del suono, che però ponevano dei problemi di sincronizzazione con le immagini, in particolare quella delle voci con i movimenti delle labbra, che esigeva precisione, si temeva anche che la conversione tecnologica imponesse costi molto elevati.
Il cinema muto ricorse prima alla presenza in sala di un commentatore, poi all’uso di didascalie scritte su dei cartelli posti al centro dello schermo o sovrimpresse alle inquadrature, che fornivano informazioni. Descrivevano degli eventi, anticipavano delle immagini con una spiegazione, anche con funzione di collocazione spazio-temporale, riportavano i dialoghi degli attori oppure sintetici concetti astratti, inoltre contenevano elementi grafici o decorativi molto curati.
Dopo aver proposto un primo film con commento sonoro nel 1926, la Warner Bross produsse nel 1927 Il cantante di Jazz di Alan Crosland, che conteneva inserti cantati e parlati, anche se erano ancora presenti le didascalie.
L’interruzione del flusso delle immagini imposto dalle didascalie, l’ingombro e la pesantezza delle attrezzature che complicavano il lavoro degli operatori e degli attori sul set, la registrazione in presa diretta, il successo dei primi film sonori, spinsero alcune case di produzione a valutare apparecchi più leggeri e nuove tecniche di registrazione, separate da quelle di ripresa, di sincronizzazione tra immagini e suoni, nonché i costi.
All’epoca, alcuni registi erano contrari al sonoro perché esigeva notevoli cambiamenti, altri invece, più favorevoli, studiarono i nuovi equilibri tra elementi visivi e sonori richiesti dall’adozione delle nuove tecnologie.
In breve, alla fine degli anni Venti la colonna sonora era costituita da tre categorie: musiche, rumori, parole, (e non solo dalle prime), che favorirono la ricerca di molteplici combinazioni audiovisive.
Sempre in quel periodo, nel 1928, alcuni registi sovietici firmarono il Manifesto dell’asincronismo, in cui sostenevano la centralità del montaggio, nonché la contrapposizione tra suono e immagine. Tra loro, Sergej Ejzenstejn, filmava azioni molto serrate, anche incomplete, di valenza simbolica, invertiva l’ordine delle scene, ricorreva al conflitto tra inquadrature e al contrappunto tra immagini e suoni, inducendo lo spettatore al completamento di senso o all’immaginazione.
Egli si occupò della forma espressiva, dei metodi di montaggio e lasciò una vasta saggistica sull’estetica cinematografica.

Sul piano della registrazione e soprattutto della riproduzione dei suoni l’utilizzo e l’evoluzione della tecnica stereofonica, la cui invenzione risale agli anni Trenta, associata a quella del Cinemascope negli anni Cinquanta, favorirono un salto di qualità. In seguito, le varie generazioni di Dolby, dagli anni Settanta in poi, consentirono una definizione di dialoghi, musiche e rumori sempre migliore, senza ronzii e fruscii indesiderati, il suono acquisì una nitidezza e una purezza superiori elevandosi di qualità e di volume fino al Sensorround, che ha portato vibrazioni a forte intensità. Oggi il Dolby avvolge il pubblico in una commistione di suoni provenienti da più parti della sala, da altoparlanti collocati in varie posizioni, si ha così l’impressione che un rumore prodotto da qualcuno o da qualcosa si sposti da una parte all’altra dello schermo.

Il colore si affermò gradualmente tra gli anni Trenta e Sessanta, sebbene la sperimentazione sia iniziata a fine Ottocento e sia stata sempre molto intensa. Si usava la luce in relazione al bianco e nero o alla scala dei grigi per creare contrasti, chiaroscuri e ombre, per creare atmosfere. Poi si ricorse alla colorazione dei fotogrammi a mano con un pennellino, al bagno della pellicola in una tinta o in una soluzione chimica, ma queste tecniche dagli effetti straordinari erano molto impegnative. Il sistema Technicolor fu brevettato nel 1916 per condurre le prime realizzazioni di film a colori a partire dalla pellicola in b/n, in seguito sviluppò diversi procedimenti che si consolidarono negli anni Trenta, si pensi a film famosi come Il mago di Oz (1938) e Via col vento (1939) di Victor Fleming. La ricerca proseguì puntando ad ottenere un cromatismo il più possibile realistico, che non fosse troppo acceso o troppo spento e che non imponesse costi elevati. Negli anni Cinquanta comparve l’Eastmancolor, che realizzava pellicole a colori in 35 millimetri, in Italia il primo film fu Totò a colori di Steno, basato sul sistema Ferraniacolor (1952).
Bianco e nero e colori condivisero la scena fino alla fine degli anni Sessanta, il bianco e nero era utilizzato soprattutto per rappresentare sogni, ricordi, passaggi tra presente e passato, ma fu scelto ancora a lungo da grandi registi. Il colore è stato usato per caratterizzare ambienti, personaggi e per amplificare i loro stati d’animo, negli anni si è affermato sempre più un uso espressivo che superava l’idea del colore naturale a tutti i costi, un uso espressivo che non descriveva, ma interpretava liberamente in base alla storia, agli eventi, ai personaggi, al genere di film.

Il passaggio più recente riguarda il digitale. Il cinema, fin dalla sua nascita, è stato legato alla pellicola con le sue perforazioni laterali, in un formato standardizzato di 35 millimetri. A partire dagli anni Ottanta è iniziata la rivoluzione digitale, che si è poi sviluppata negli anni Novanta, figlia della televisione prima e del computer in seguito. Essa ha abbandonato la pellicola e ha investito tutte le fasi di lavorazione di un film dalle riprese, alla colonna sonora, al montaggio, agli effetti speciali, alla proiezione e alla distribuzione, comportando anche una riorganizzazione delle sale e un sostanziale cambiamento delle tecnologie. In particolare, l’uso della videocamera digitale consente di aumentare la durata delle riprese, dei piani-sequenza, la libertà e la frequenza dei movimenti. Tra le ultime tecnologie di ripresa figurano la camera-car, la steadycam, montata su un corpetto indossato da un operatore, la minicamera gopro miniaturizzata, che si può fissare su un casco, la telecamera installata su un drone, che permette di effettuare riprese dall’alto con estrema velocità di spostamento.
L’applicazione al cinema dei processi di computer grafica 3D, attraverso l’uso di programmi CGI (immagini generate al computer in fase di montaggio), consente la realizzazione di intere sequenze senza la ripresa dal vero. Inoltre permette l’inserimento di numerosi effetti speciali, di creare scene di massa senza girarle, di realizzare scene in computer grafica, inserendo scenografie complete o singoli elementi disegnati al computer.
Nel film Il gladiatore di Ridley Scott, è stata costruita una prima parte del Colosseo dell’antica Roma, trattata poi in digitale per simulare il Colosseo al completo, e sono state moltiplicati gli spettatori per dare l’effetto di grandi folle, che altrimenti avrebbero richiesto una moltitudine di comparse e alti costi di produzione (2000). La saga di Jurassic Park di Steven Spielberg (dal 1993 in poi), Titanic di James Cameron (1997), Pearl Harbor di Michael Bay (2001), la saga di Avatar di James Cameron (dal 2009 in poi), sono solo alcuni dei film che hanno fatto largo uso delle tecnologie CGI.
Oggi, tuttavia, molti registi utilizzano tecniche miste alternando l’uso della macchina da presa con quello della videocamera, effetti speciali tradizionali con quelli digitali.
In circa quarant’anni, dunque, l’applicazione di procedimenti diversi è confluita in una multimedialità, in un’interazione tra linguaggi, molto più complesse di quelle precedenti.

Patrizia Fergnani

Studiosa di cinema e saggista

La sua rubrica:

Cinema... che passione!

Riflessioni a cura di Patrizia Fergnani

Linguaggio, evoluzione e impatto sulla società moderna dell’affascinante mondo chiamato CINEMA. Contributi a tutto campo di Patrizia Fergnani, laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne con indirizzo cinematografico, scrittrice di articoli e saggi sul cinema.
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