Cinema... che passione!
Il cinema, fonte di emozioni
Di
Patrizia Fergnani
”Non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima.” (Ingmar Bergman).
Durante la visione di un film, è naturale essere immersi nella seduzione esercitata dalle immagini, cercare di comprendere le emozioni non le sminuisce affatto, non ne intacca il mistero, casomai si imbatte nella loro complessità.
Un film trasmette un flusso continuo di sollecitazioni di natura visiva e auditiva, che attivano numerose funzioni cognitive, in tale contesto rientrano le emozioni in base a processi specifici di stimoli-reazioni istintive, che sono frutto del coordinamento tra più aree e circuiti cerebrali.
Al cinema, e nella realtà di ogni giorno, l’insorgenza delle emozioni è automatica, il primo impatto è imprescindibile, costituisce la base necessaria per avviare delle riflessioni, infatti è un’esperienza soggettiva e privata, benché condivisibile e nonostante le dinamiche stimolo-reazione non sostanzino poi uno scambio reale, così come può avvenire nella quotidianità.
Tale insorgenza può risultare travolgente per alcuni o modesta per altri, in relazione alla sensibilità personale, alle esperienze maturate in precedenza, ma un film, sempre lo stesso, può avere un impatto diverso su uno spettatore a distanza di tempo, in momenti differenti della sua vita, anche in base alle circostanze della fruizione.
In sala, le eventuali risposte agli stimoli ricevuti sono condizionate dal buio, dalla posizione seduta, dalla vicinanza di più persone, dallo stesso coinvolgimento, tale situazione lascia poche possibilità di “scaricare” le emozioni, ad esempio, con il pianto, la risata, con minimi movimenti corporei sollecitati da certi ritmi musicali.
Nella fruizione domestica, che concede una maggiore libertà, accade qualcosa di simile.
Comunque, ogni spettatore sa di potersi abbandonare e ciò gli permette di vivere pienamente le emozioni percepite o di prendere distanza, benché generalmente egli non si comporti come nelle interazioni reali.
Non è più proprio così se una scena scatena disorientamento, sgomento o turbamento, queste emozioni ad alta intensità possono prendere il sopravvento, “sequestrando” l’attenzione necessaria a seguire una scena successiva, anche se è rilevante o persino risolutiva.
La concentrazione e la simultaneità degli stimoli visivi e sonori, la velocità di proiezione sono fattori che possono potenziare il tasso emotivo e abbassare la soglia dell’attenzione, influenzando la visione, l’ascolto e la comprensione, come può accadere con l’uso del digitale, che si presta a un sovraccarico di sollecitazioni a cascata.
È importante, anche, l’accesso consentito dal racconto: quando questo riduce le informazioni occultando per un certo tempo un evento, un passaggio della storia, il comportamento di un personaggio, la carica emotiva dello spettatore risulta maggiorata. La preclusione o la parzialità delle informazioni lo pone in una condizione di svantaggio, aumentando contemporaneamente la sua curiosità e il suo desiderio di sapere. In parte, ciò succede pure nel caso inverso, ad esempio, quando egli conosce il pericolo che sta per correre un personaggio a sua insaputa. Queste sono alcune delle varie strategie narrative, che un racconto può adottare e cambiare nel suo corso, mettendo a fuoco ora degli aspetti, ora altri.
Infatti, le emozioni sono mediate, convogliate e regolate dagli autori, ed è plausibile distinguere quelle rese dai diversi interpreti o dalla situazione rappresentata, da quelle che prova il pubblico, rispetto alle prime.
Spesso, le emozioni espresse dai personaggi non corrispondono a quelle provate dagli spettatori, ad esempio, la rappresentazione del dolore può ispirare apprensione, compassione o dispiacere, mentre quella di uno scatto di rabbia può suscitare inquietudine, irritazione o indignazione.
Il coinvolgimento manifestabile mediante dialoghi e battute, espressioni del volto e comportamenti, trova ampio spazio in determinati temi, che prevalentemente sono:
-uno scontro tra comunità, tra popoli;
-un contrasto tra due o più personaggi, che perseguono obiettivi opposti;
-un evento traumatico, che provoca delle conseguenze rilevanti, delle reazioni a catena;
-un conflitto interiore, dato da impulsi o da sentimenti contrastanti;
-un bisogno inconscio di un protagonista, che lo spinge a lottare istintivamente, benché egli ne sia poco consapevole;
-una scoperta illuminante.
Il coinvolgimento provato dagli spettatori si può riferire alla storia, allo sviluppo dei suoi temi, alla conclusione, quindi al racconto, ai procedimenti narrativi, tecnici e stilistici, come quelli che sondano e portano a galla il mondo interiore dei personaggi, ad esempio, con delle proiezioni nel passato o nel futuro, come quelli realizzati con le tecnologie digitali, soprattutto con la steadycam e il drone, che hanno un elevato potere di immersione.
Oggi, solitamente, sono i colpi di scena e la spettacolarità degli effetti speciali che trasmettono emozioni intense, ma possono destarle anche dei dialoghi profondi che riflettano il mondo interiore.
Ingmar Bergman è stato un regista cinematografico e teatrale che ha esplorato a fondo la comples-sità dell’animo umano e dei suoi bisogni inconsci. Nei suoi film, egli ha affrontato temi esistenziali molto coinvolgenti, quali ad esempio: i conflitti irrisolti, le verità nascoste, l’incomprensione, la solitudine, la fragilità, ricorrendo anche a delle simbologie. Bergman puntava su ambienti sobri ed essenziali, su pochi interpreti, la cui recitazione predominava sugli eventi, si soffermava su volti molto ravvicinati, catturava la mimica in divenire. Sua caratteristica era, soprattutto, quella di seguire l’evoluzione dei percorsi interiori dei personaggi, spesso femminili, lasciando loro il tempo necessario per esprimere le emozioni a cicli ricorrenti.
Scene da un matrimonio, con Liv Ullmann ed Erland Josephson, (1973), è la storia di una coppia sposata da dieci anni, apparentemente felice, che in seguito scopre le incrinature del proprio rap-porto, tra dolorose confidenze, separazioni e riconciliazioni. Qui, il percorso psicologico di Marianne, la sua spinta vitale al cambiamento, la ricerca della sua identità, si sviluppano attraverso rivelazioni sofferte e sincere, attraverso un’ampia gamma di sensazioni e sentimenti.
In Sinfonia d’autunno, con Ingrid Bergman e Liv Ullmann, (1978), Eva, che ha perso il suo bimbo e assiste in casa la sorella disabile, invita la madre, affermata pianista, per un soggiorno in famiglia, dopo la perdita del suo compagno. I dialoghi tra le due donne vertono su reciproche accuse, sulle mancanze della madre che ha abbandonato le sue figlie per lavoro; Charlotte chiede perdono, senza ottenere una vera riconciliazione, la cui speranza le giunge, infine, tramite una lettera di Eva.
Girato perlopiù in interni, il film armonizza dialoghi intensi e rigorosi con inquadrature fisse sui volti, sulla reciprocità degli sguardi, che esprimono tutta la loro carica emotiva.
In sintesi, ci sono film che trasmettono emozioni potenti e intermittenti, e film centrati sull’evoluzione delle emozioni, che può richiedere la durata di più scene o di un intero film, come nei due casi appena citati.
Anche la musica è un’immensa fonte di commozione, ad esempio, quando segue il percorso di un personaggio, il viaggio interiore che egli compie, come accade in Forrest Gump di Robert Zemeckis, con Tom Hanks e Robin Wright, (1994).
Il soave volteggiamento di una piuma, accompagnato dal brano The Feather theme, di Alan Silvestri, compare all’inizio e alla fine del film, come simbolo della capacità del protagonista di affrontare e superare le avversità della vita con la purezza che lo contraddistingue.
Seduto su una panchina alla fermata di Savannah, in Georgia, in attesa di un pullman, Forrest racconta la sua storia a degli sconosciuti. Egli ripercorre la sua vita e, per riflesso, la Storia degli Stati Uniti dagli anni Cinquanta agli Ottanta, nel corso dei quali “incontra” Elvis Presley, John Fitzgerald Kennedy, Lyndon B. Johnson, Richard Nixon, John Lennon.
Partecipa alla guerra del Vietnam salvando alcuni commilitoni, il suo tenente e amico, Dan, si distingue nel ping-pong, nonostante abbia avuto delle difficoltà motorie, perde la madre, poi riceve un rifiuto da Jenny, l’unica donna che ama fin dai tempi della scuola: lei, è troppo inquieta, troppo diversa da lui, per accettare la sua proposta di matrimonio, ma gli vuole molto bene.
Forrest corre per tre anni consecutivi attraversando l’America, in direzione dell’Oceano Pacifico e in quella dell’Oceano Atlantico, per elaborare le sue sofferenze, riscattando così anche la malformazione alle gambe patita da bambino, l’etichetta di “diverso” che la scuola gli aveva affibbiato, ma la sua corsa attira l’attenzione dei media e degli americani, molti dei quali si uniscono a correre con lui e per i quali diviene involontariamente una guida.
Infine Jenny, sapendo di essere molto malata, gli rivela di aver avuto un figlio da lui e lo sposa. Dopo la sua scomparsa, Forrest vivrà insieme al suo bimbo.
Un mix di brani strumentali originali di Alan Silvestri, sempre dolci e venati di una punta di malinconia, è alternato a una carrellata di brani di Elvis Presley, di Aretha Franklin, dei Beach Boys, di Jimy Endrix, dei Mamas and Papas, dei Doors, dei Simon & Garfunkel, di Lynyrd Skynyrd, che seguono le tappe del percorso di Forrest e contemporaneamente rispecchiano la Storia della musica americana di quei tempi. Così è per le canzoni, tra cui: Running on empty, Go your own way, Against the wind, che accompagnano la corsa, esaltando le immagini dei grandi paesaggi.
I procedimenti tecnici e stilistici, ricchi di stimoli, come quelli del film seguente, possono suscitare una risonanza interiore molto intensa.
Loving Vincent, dei registi Hugh Welchman e Dorota Kobiela, anche pittrice, (2016), è un film nato dallo studio delle lettere scritte da Van Gogh al fratello Theo e da quello delle sue opere.
Dipinto a olio e a mano da 125 artisti di più parti del mondo, è stato effettuato quasi interamente con la tecnica Rotoscope, ovvero una tecnica di animazione usata per realizzare cartoni animati in modo che i movimenti appaiano realistici e naturali; le scene, già girate con attori veri, sono state ricalcate, fotogramma per fotogramma, quindi montate in un film di animazione.
Il film, ambientato nel 1891, racconta l’ultimo periodo della vita del pittore olandese, trascorso a Parigi, in Provenza e a Auvers-Sur-Oise, quindi il mistero della sua prematura morte, avvenuta a trentasette anni.
Ad Armand, figlio del postino della stazione di Arles, che Vincent aveva ritratto e con cui era entrato in amicizia, è affidata la consegna dell’ultima lettera dell’artista, destinata al fratello. Armand incontra le persone conosciute via via da Vincent, durante il soggiorno francese, riceve così una serie di informazioni, che lo inducono a indagare sulla sua morte e incanalano il film nella trama di un thriller.
Ciò che più emoziona è la rappresentazione delle opere di Van Gogh, di stile prevalentemente postimpressionista: le città, i paesaggi, la serie di girasoli, gli interni delle case, i ritratti e gli autoritratti, dalle dense pennellate, che sfumano da un’immagine all’altra, dai colori in perenne mutamento; è un insolito connubio tra cinema, pittura e tecnologie di animazione, un connubio che lascia il segno.
Il titolo del film prende spunto dal modo con cui Van Gogh firmava le lettere indirizzate al fratello Theo: Con affetto, Vincent.