Cinema... che passione!
Parole del cinema
Di
Patrizia Fergnani
Benché il cinema sia il regno delle immagini, è sempre un territorio in cui la parola ha un ruolo insostituibile, soprattutto in quei film che danno spazio ai dialoghi e, talvolta, ai monologhi. La parola presenta una duplicità: è segno scritto e suono. Nell’ideazione di un film, articolata in soggetto, scaletta, trattamento e sceneggiatura, i testi scritti sono vagliati più volte in base a determinati criteri, quali ad esempio lo sviluppo di una storia, la convertibilità in immagini, l’uso degli aspetti linguistici e tecnici; la revisione della sceneggiatura, che contiene anche i dialoghi dettagliati, può continuare nella fase delle riprese, durante le quali il testo costituisce un punto di riferimento costante.
Attraverso la recitazione, il segno scritto della pagina si fa suono: è la voce che, con i suoi timbri, toni, ritmi e volumi, diviene complice degli atteggiamenti, degli sguardi, dei gesti, sul piano visivo. Le voci vengono elaborate e ottimizzate durante il missaggio finale, assieme agli altri suoni.
La parola dei dialoghi contribuisce all’avanzamento di una storia, fa circolare informazioni, emozioni e sentimenti tra i personaggi, li trasmette al pubblico e, pertanto, condiziona tutta la messa in scena, inoltre, può descrivere o raccontare ciò che le immagini non mostrano svolgendo le veci di determinate azioni. Diversamente, un personaggio di una storia, un narratore esterno possono fornire dei chiarimenti o dei commenti, rivolgendosi soltanto al pubblico.
La parola è efficace anche nello slittamento dei significati, in tal caso li lascia in sospeso, recuperando poi l’interruzione tra una scena e un’altra attraverso dei dialoghi progressivi o cedendo la conclusione a dei testi scritti (carteggi, documenti), oppure alle sole immagini. Analogamente, delle domande, dei dubbi sollevati nel corso di un film possono trovare una risposta nel corso dell’epilogo, anche in un’unica battuta.
Immagini e parole interagiscono bilanciando le rispettive proprietà espressive, il ritmo sostenuto delle prime e la loro immediatezza di rappresentazione richiedono quell’incisività, quell’essenzialità verbali capaci di apportare in poche battute uno o più significati e, talvolta, di suggerire più livelli di lettura.
Una particolare articolazione audiovisiva può affidare compiti diversi ai dialoghi e alle immagini quando, per esempio, in una scena un personaggio femminile e uno maschile, che si conoscono da poco, vengono coinvolti in un interrogatorio della polizia e, mentre i dialoghi avanzano tra domande e risposte, un’alternanza di inquadrature sui volti dei due personaggi e sullo scambio dei loro sguardi rivela i loro sentimenti nascenti. L’interrogatorio e l’inizio di un amore, che siano così raccontati in parallelo e connessi sul piano audiovisivo, mantengono comunque una propria e distinta autonomia espressiva.
Inoltre, la parola filmica è molto eclettica, in base ai generi di film, soprattutto in quelli fondati sulla rigorosità dei testi e sulla recitazione.
Il discorso del re, di Tom Hooper, (2010), con Colin Firth e Geoffrey Rush, basato su eventi realmente accaduti tra metà anni Venti e anni Trenta, è centrato sulla balbuzie severa del principe Albert, duca di York, che poi divenne re Giorgio VI di Inghilterra. Nel film, il suo linguaggio aulico si scontra e incontra con quello più corrente e provocatorio del suo logopedista, attraverso battute serrate e incalzanti, che rendono incisivi i loro dialoghi, nonostante le interruzioni e le esitazioni di Albert. Il suo percorso terapeutico, che evidenzia via via l’importanza della parola, gli permetterà infine di superare le difficoltà di comunicare con il suo popolo attraverso la radio, mezzo di eccellenza a quell’epoca.
Molte commedie brillanti, come quelle di Woody Allen, si avvalgono di frequenti dialoghi ricchi di doppi sensi, di freddure dal registro tragicomico, dolceamaro, o di monologhi.
I film a sfondo psicologico, centrati sul disagio esistenziale o comunque sull’universo interiore, adottano spesso un uso rarefatto della parola, Dove non ho mai abitato, di Paolo Franchi, (2017), ne fa un uso parsimonioso, richiamando gli sguardi tra i due protagonisti, che scoprono una reciproca, intensa, attrazione.
Nelle trasposizioni cinematografiche di opere teatrali o letterarie, spesso il parlato non trova corrispondenza con il lavoro linguistico compiuto nelle opere preesistenti: sono creazioni e realizzazioni distinte, con linguaggi e procedimenti narrativi propri. Ma la parola di un film può presentare affinità e concordanze con quella di un adattamento dello stesso autore.Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese, (2016), film con Marco Giallini, Giuseppe Battiston, Kasia Smutniak, Edoardo Leo, Alba Rohrwacher, Valerio Mastrandea, Anna Foglietta, è una commedia corale basata sui dialoghi, come lo è la pièce teatrale successiva, sempre di Genovese.
A Roma, durante una cena a casa di Eva e Rocco, sette amici, che si conoscono da tempo, appaiono sereni ed esprimono affetto reciproco, fino a quando Eva propone un gioco, che consiste nel condividere i messaggi, nell’ascoltare in viva voce le telefonate che arriveranno durante la serata. La sua proposta solleva qualche resistenza, poi tutti accettano e posano i cellulari sul tavolo.
Ma le telefonate che arrivano rivelano menzogne e segreti, i fatti pregressi sono sempre raccontati: la loro visibilità è giocata in sottrazione rispetto all’udibilità delle rivelazioni, che scatenano le reazioni a caldo dei personaggi, rimbalzando velocemente dall’uno all’altro, lasciando tutti attoniti e sconvolti. Cosimo, per esempio, nasconde alla moglie due relazioni, una proprio con Eva. Dopo la chiamata del suo gioielliere, egli giustifica malamente l’acquisto di un paio di orecchini a Bianca, che afferma di non averli mai ricevuti e di cui gli chiede conto, ma gli arriva un’altra chiamata e lei afferra il suo cellulare: è Marica, una collega centralinista del radiotaxi che, pensando di parlare con lui, rivela di essere probabilmente incinta. Bianca, a sua volta incinta, si chiude in bagno e vomita, in seguito si toglie la fede ed esce.
Poi arriva l’epilogo che spiazza completamente: i primi ad uscire e a scendere le scale del palazzo sono Bianca e Cosimo, ma… guardano la luna piena e si baciano, gli amici si salutano e scherzano, come se non fosse successo niente. Attraverso le scene conclusive, si capisce che tutto risponde a verità, ma non è emerso durante la serata perché il gioco non si è fatto.
Il film, dunque, è articolato in due livelli di rappresentazione: quello della vita reale dei personaggi e quello del gioco, tuttavia il passaggio dall’uno all’altro non è segnalato da procedimenti di transizione, solo da degli stacchi, che contribuiscono a mantenere l’ambiguità voluta. Ciò che disambigua è il ritorno alla realtà, che è affidato ai dialoghi tra gli amici, a un chiarimento tra Eva e Rocco, tutti necessari per confermare agli spettatori l’inatteso capovolgimento finale. Il dialogo tra moglie e marito nella loro camera da letto dirime la questione: Eva gli chiede perché non ha voluto fare il gioco e lui afferma che non gli piaceva. Lei insiste e lui risponde: Perché siamo frangibili, tutti, chi più, chi meno. Estrae il cellulare dalla tasca dei pantaloni e lo posa sul comodino, dicendo: Hai ragione tu, questa è diventata la nostra scatola nera, dentro ci abbiamo messo tutto, forse troppo, ed è sbagliato giocarci (…)
L’avvertimento di Rocco introduce un concetto preciso: la frangibilità, che non accetta il legame tra il gioco e il cellulare, soprattutto con la scatola nera, intesa come custode di segreti e intimità. Poche parole in un finale amaro che, nel prevenire dolorose conseguenze, resta aperto a più di un significato.
Un’altra forma di valorizzazione, più rara, ma molto interessante, viene dalla parola poetica, che è entrata nel cinema, e nello specifico della recitazione, con modalità differenti.
Per esempio, nel film L’attimo fuggente di Peter Weir, (1989), con Robin Williams, le citazioni dei versi di alcuni poeti, tra cui Orazio, Walt Whitman, Robert Frost, sono tutte a sostegno dell’approccio educativo del professor Keating, che però si scontra con le regole del collegio americano, in cui insegna negli anni Sessanta. Egli incita i suoi studenti a leggere e a declamare le poesie per cercare la propria identità oltre le convenzioni dell’epoca, senza sapere che l’impatto su di loro sarà esplosivo e segnerà un tragico epilogo.
Ne Il postino di Michael Radford, (1994), tratto dal romanzo Il postino di Neruda di Antonio Skármeta, la parola poetica è al centro dei dialoghi ed esprime consonanze con i suoni della natura, presenti nelle inquadrature. Il film, con Massimo Troisi, Philippe Noiret e Maria Grazia Cucinotta, è ambientato in un’isola del Sud Italia degli anni Cinquanta, che ospita il poeta cileno, Pablo Neruda, in asilo politico. Mario Ruoppolo, figlio di pescatori, consegna regolarmente la posta al poeta ed entra un po’ per volta in confidenza con lui parlando di poesia, da cui è molto attratto. I loro incontri segnano la formazione di Mario dando vita a dialoghi intensi, dal registro poetico, come quelli che seguono.
Mario e Neruda sono seduti sulla spiaggia e il poeta recita: Qui, nell’isola, il mare e quanto mare, esce da sé a ogni istante. Dice che sì, dice che no, poi che no. Che sì in azzurro, in schiuma, in galoppo. Dice che no, che no. Non può stare tranquillo. Mi chiamo mare, ripete (…. ) Allora,
che cosa te ne pare?
Mario: Strano, come mi sentivo mentre le dicevate, (…) non so, le parole andavano di qua e di là.
Pablo: Come il mare, allora!
Mario: Esatto, come il mare.
Pablo: E questo è il ritmo.(…)
Mario: Infatti, mi è venuto il mal di mare (…) non so spiegare, mi sono sentito come una barca sbattuta in mezzo a tutte queste parole (…)
Pablo: Tu lo sai che cos’hai fatto, Mario?
Mario: Che ho fatto?(…)
Pablo: Una metafora.
Così, quando Mario gli chiede come si fa a diventare poeti, Neruda gli risponde: Prova a camminare lentamente lungo la riva sino alla baia, guardando intorno a te.
Mario: E mi vengono le metafore?
Pablo: Sicuramente.
La similitudine tra “l’ondeggiamento” delle parole e quello del mare, della barca, esprime il coinvolgimento di Mario. In seguito, egli registra i suoni della natura, senza sapere che quelle registrazioni saranno gli ultimi, teneri, ricordi che lascia alla moglie Beatrice, al loro bimbo e a Pablo Neruda.
Diversamente, alcuni film sono centrati sulla vita di poeti realmente vissuti. Per esempio, Bright star di Jane Campion, (2009), con Ben Whishaw e Abbie Cornish, ambientato nelle campagne londinesi tra il 1818 e il 1821, narra gli ultimi anni di John Keats, appartenente alla seconda generazione di poeti del Romanticismo inglese.
È la storia di un amore puro e molto intenso tra Keats e Fanny Brawne, una giovane dedita al cucito e al ricamo, un amore contrastato per le loro diverse condizioni economiche, ma soprattutto stroncato dalla tubercolosi, che spegne il poeta a Roma all’età di venticinque anni. La poesia romantica è sempre presente: nei primi scambi di idee tra i due giovani, nelle lezioni che John impartisce a Fanny, nelle lettere d’amore che si scrivono quando sono lontani; sono presenti i temi dei suoi versi, scritti con uno stile assai moderno, in particolare la contemplazione della bellezza nella natura e nell’arte, come fonte di gioia e di verità, che trascende la fuggevolezza della vita. I riferimenti alla scrittura copiosa di John, ispirata dalla sua musa, emergono anche attraverso le declamazioni di uno o di entrambi i protagonisti, come nella scena finale in cui lei, ormai rimasta sola, recita camminando ed esprimendo il suo incontenibile dolore.
Il titolo del film richiama quello di una poesia di Keats, scritta per Fanny: Fulgida stella.