Storia e storie

La storia e il cinema western

Di

Domenico Pontrandolfi

Se sfogliamo un qualsiasi libro di Storia, soprattutto se scolastico, sembra che l’umanità sia costantemente impegnata in conflitti, rivoluzioni, invasioni e cose simili.
La letteratura, le arti figurative, il cinema, la musica, la filosofia, (che pure rientrano nella Storia a pieno titolo), o vengono trattati come disciplina a parte oppure occupano un laconico spazio nei testi storici.
Ma limitiamoci alla Storia “scolastica”; non è certo una grande scoperta affermare che ogni conflitto presenta sempre una motivazione di natura economica: dalla preistoria dove si combatteva per una sorgente d’acqua alle guerre per il sale, per la terra, per le spezie, per i minerali o per le risorse energetiche.
Ma se consideriamo buono il vecchio detto che la Storia la scrivono I vincitori, ebbene, non è elegante per i vincitori scrivere “lottiamo per l’acqua, il sale, la terra o il petrolio che appartengono ad altri popoli”.
Occorre una giustificazione più nobile.
Ed allora, ecco venire in aiuto l’altra Storia, quella che nei libri sta nelle ultime pagine: la letteratura, la filosofia, la religione, la musica, il cinema che, oltre ad offrire giustificazioni nobili, contribuiscono alla costruzione di miti ed epopee.
E così abbiamo avuto guerre per diffondere la civiltà, la libertà, la democrazia, il diritto, la Vera Fede.
Rammento che durante la “Guerra dei Trent’anni” entrambi i contendenti andavano in battaglia al grido di “Got mit uns “(Dio è con noi); in realtà in questo conflitto non era in gioco la Fede ma l’egemonia in Europa.
A questo abbellimento della Storia non sfugge il cinema in tutti i suoi generi.
Ma qui desidero parlare solamente del cinema Western.
Perché?
Semplicemente perché amo il cinema Western e questo ci porta a parlare della Storia degli Stati Uniti.
All’indomani della guerra contro l’Inghilterra (1812/1815), il giovane Stato inizia a dispiegare le sue potenzialità espansive seguendo due direzioni principali.
La prima direzione portava all’America Latina come conseguenza della crisi dell’impero coloniale spagnolo e della lotta per l’indipendenza nei paesi del Sudamerica.
In questo contesto, il presidente degli Stati Uniti Monroe “ammoniva“ gli Stati europei a non interferire negli affari americani.
Ammonizione che passa alla Storia come “Dottrina Monroe” (notare il termine Dottrina) e che altro non era se non la proposizione degli Stati Uniti quale potenza egemone nel continente americano; nasceva l’idea del “giardino di casa “.
In conseguenza gli Stati Uniti acquisirono (pagandola) la Florida dalla Spagna e, in seguito alla guerra contro il Messico, un vasto territorio che andava dal Texas alla California.
La seconda direzione di espansione riguardava il vasto territorio interno tra l’Atlantico e il Pacifico, il cosiddetto Midwest, popolato in gran parte dai nativi americani organizzati in varie nazioni (Apaches, Sioux, Navajos, Comanches, Cheyennes e tante altre).
Si trattava di privare delle proprie terre le popolazioni originarie a favore dei coloni spalleggiati dall’esercito; in quegli anni lunghe carovane di “Conestoga“ attraversavano la prateria alla ricerca di terre fertili e coltivabili.
Anche questo aveva bisogno di una giustificazione teorica ed ecco, nel 1830, il “Manifest Destiny” del presidente Andrew Jackson che afferma “Quale uomo saggio potrebbe preferire un Paese occupato da foreste e attraversato da qualche migliaio di selvaggi alla nostra estesa Repubblica, costellata di paesi, città e prospere fattorie…occupata da più di dodici milioni di gente felice e colma di ogni benedizione di libertà, civiltà e religione?”
Questa posizione non trovava ostacoli nella Repubblica tanto che il leader dell’opposizione Henry Clay, rincarava la dose facendo notare come i nativi fossero destinati all’estinzione affermando che “la loro scomparsa dal consorzio umano non sarebbe stata una gran perdita per il mondo”
Inizia una lunga serie di “guerre indiane” ed i nativi vennero dapprima spinti oltre il Mississippi e poi, privati completamente delle loro terre, relegati nelle “Riserve”.
L’epilogo di questa Storia si ebbe nel 1890 con il massacro di Wounded Knee nel Dakota meridionale quando i Sioux si rifiutarono di obbedire all’esercito federale che aveva proibito la pratica della danza del Sole.
I Sioux furono circondati da un reggimento di cavalleria e sterminati.
Finiva cosi la cultura della prateria e del bisonte ed inizia l’epopea dei vincitori (sia pure con qualche riconoscimento per i vinti) celebrata dapprima dalla letteratura popolare e poi dal cinema.
In effetti possiamo dire che il genere Western affonda le sue radici in più di un secolo di letteratura popolare che va da James Fenimore Cooper a Zane Grey ma sarà il cinema a sviluppare l’epopea della Conquista del West da cui si sviluppa il mito del pioniere e del cowboy che porta ovunque civiltà e progresso.
Il genere Western è caratterizzato sostanzialmente da due filoni narrativi.
Il primo parla di un viaggio attraverso ampi spazi naturali e la loro conquista da parte dei pionieri (le Carovane, la diligenza, gli spostamenti del bestiame, gli assalti dei pellerossa, il Ranch, il Forte e la Cavalleria); il secondo filone, che possiamo definire urbano, è ambientato nelle numerose piccole cittadine con il Saloon e la Main Street, i banditi e lo sceriffo e l’affermazione della civiltà.
Ovviamente non si può parlare di tutti i film Western, sarebbe un lavoro da enciclopedia oppure un noioso elenco di titoli.
Tuttavia desidero citare quei lavori che più di altri, a mio parere, sono riusciti a rappresentare lo spirito di una nazione e la sua Storia dapprima agli stessi Americani e poi, grazie alle potenzialità del cinema, a tutto il mondo.
E allora iniziamo con “L’assalto al treno” (The Great Train Robbery, 1903) di Edwin S. Porter la cui importanza è essenzialmente storica (considerato il primo Western) ma che contiene già molti elementi del genere: i banditi, la rapina, l’inseguimento, il ballo del paese.
Da qui passiamo a “The Heart of an Indian”, 1912 di Thomas Harper Ince che inizia con l’uccisione di una pellerossa e termina con il massacro degli stessi anticipando quella pietà per i vinti che caratterizza il crepuscolo del genere.
Per il resto, il genere Western tra le due guerre, insiste sulla conquista e sulla colonizzazione di una natura selvaggia codificando non solo gli elementi della narrazione ma anche il prototipo dell’uomo americano, pioniere e cowboy, soldato e conquistatore, coraggioso e intraprendente e questo porta il genere nel suo periodo classico.
Una spinta fondamentale viene dallo sviluppo dell’industria cinematografica e dall’affermarsi di grandi registi come John Ford, Howard Hawks, Raoul Walsh, Delmer Daves, Antony Mann e tanti altri ma anche dal secondo conflitto mondiale che definisce gli Stati Uniti quale potenza egemone nel mondo allargando a dismisura anche il suo mercato culturale.
Il Western classico entra nella sua piena maturità indubbiamente con “Ombre rosse”, (Stagecoach,1939) di John Ford, il primo western parlato del regista, opera fondamentale del cinema americano, con grandi interpreti (John Wayne, Claire Trevor, Thomas Mitchell, John Carradine, Andy Devine) e la cui trama affronta gli aspetti principali del genere con Il viaggio in diligenza attraverso la Monument Valley, lo studio del carattere e della psicologia dei viaggiatori, l’assalto dei pellerossa alla diligenza e il suo salvataggio ad opera della Cavalleria, il duello finale a Lordsburg.
Nell’immediato dopoguerra, Ford dirige un capolavoro dietro l’altro iniziando da “Sfida infernale” (My Darling Clementine,1946) magistralmente interpretato da Henry Fonda, Victor Mature, Linda Darnell e Walter Brennan e che racconta la notissima vicenda di Wyatt Earp (sceriffo di Tombostone) e dei suoi fratelli, di Doc Holliday e del loro leggendario duello all’ O.K. Corral contro i Clanton sullo sfondo della Monument Valley (quasi sempre presente nel Western fordiano) che esalta la dimensione tragica della narrazione.
Immediatamente dopo, il maestro Ford si cimenta con la cosiddetta trilogia della Cavalleria: “Il massacro di Fort Apache” (Fort Apache, 1948), “I cavalieri del Nord Ovest” (She Wore a Yellow Ribbon,1949), “Rio Bravo” (Rio Grande, 1950) dove, ancora una volta con magnifici Interpreti (John Wayne, Henry Fonda, Maureenne O’Hara) la Cavalleria (e il Forte), pur con le sue regole e disciplina, è vissuta come casa e protezione; memorabili le scene delle danze che sintetizzano la coesione della comunità.
Ma Ford è capace di fare grandi film anche senza ricorrere ad attori di fama; è il caso de La carovana dei Mormoni (Wagon Master, 1950) dove narra la vicenda di due giovani mercanti di cavalli che guidano una carovana di mormoni nello Utah e dove, dopo aver sgominato una banda di fuorilegge, troveranno l’amore; ritorna il tema della piccola comunità in viaggio tra forze ostili.
Ormai il Western è avviato alla sua piena maturità e non solo grazie alla genialità di John Ford; i capolavori seguono uno dietro l’altro e non posso citarli tutti.
Posso solamente indicare quelli che io amo di più e allora andiamo con “Il fiume rosso” (Red River,1948) di Howard Hawks che allude al conflitto padre/figlio sullo sfondo della lunga marcia del bestiame dal Texas ai mercati del Missouri (superba l’interpretazione di John Wayne, Mongomery Clift e Walter Brennan).
E poi le bellissime pellicole di Antony Mann svolte tutte con la collaborazione di James Stewart, da “Winchester 73” (1950) a “Là dove scende il fiume” (Bend of the River,1952), dove ritroviamo il tema dei pionieri in marcia verso la Terra Promessa (in questo caso l’ Oregon) e della lotta tra il Bene e il Male, da “Lo sperone nudo” (The Naked Spur, 1953) , in cui la lotta tra il Bene e il Male trova il suo significato nel tentativo di riscatto di uomini maltrattati dalla vita sullo sfondo di una natura meravigliosa ma aspra e selvaggia, per finire con “Terra lontana” (The Far Country, 1955) in cui i protagonisti trasportano una mandria dal Wyoming al Canada dove, nella cittadina di Dawson, una piccola comunità cerca di sopravvivere alla violenza.
E non possiamo dimenticare “Mezzogiorno di fuoco” (High Noon,1952) di Fred Zinneman dove lo sceriffo (Gary Cooper), in previsione dell’arrivo di una banda di fuorilegge in cerca di vendetta, viene lasciato solo da tutta la comunità ma anche dalla moglie (Grace Kelly); emblematica la scena finale dove lo sceriffo, prima di lasciare il paese butta la stella per terra.
E ancora “Il prigioniero della miniera” (Garden of Evil,1954) di Henry Hathaway e “Ultima notte a Warlock” (Warlock, 1959) di Edward Dmytryk e tanti, tantissimi altri da provare disagio a non indicarli tutti.

Ma anche io ho le mie preferenze:

1)Il cavaliere della valle solitaria (Shane, 1953) di George Stevens.
Un cavaliere (Alan Ladd) arriva in una fattoria e prende sotto la sua ala protettiva una famiglia di agricoltori, gli Starrett (Van Heflin, Jean Arthur e il piccolo Brandon de Wilde) vessata dagli allevatori.
Giudicato da molti stucchevole io lo apprezzo molto sia perché evidenzia l’annosa lotta tra agricoltori e allevatori per il possesso dei terreni, sia per il malinconico romanticismo di Shane e sia perché il film è visto con gli occhi di un bambino (la macchina da presa indugia sovente dal basso verso l’alto).

2) Johnny Guitar,1954 di Nicholas Ray.
Johnny Logan (Sterling Hayden), il pistolero con la chitarra, arriva in aiuto di Vienna (Joan Crawford) una sua vecchia fiamma che ha costruito la sua casa da gioco su di un terreno dove dovrà passare la ferrovia suscitando l’ostilità dei suoi fautori.
In questo film è tutto eccessivo: l’amore, l’odio, la violenza, la rivalità tra Vienna ed Emma (Mercedes McCambridge), i colori e il vento sullo sfondo di paesaggi infuocati dove i personaggi si muovono al ritmo di una tragedia greca.
Alla sua uscita il film non fu molto apprezzato; tuttavia Truffaut scriveva: “A chi rifiuta questo film arrivo a dire, non andare più al cinema, non vedere più film, perché non saprai mai cosa sono l’ispirazione, l’intuizione poetica, un’inquadratura, una sequenza, un’idea, un buon film, il cinema“

3)Sentieri selvaggi (The Searchers, 1956)
Una porta si apre sulla Monument Valley e sulla soglia di casa arriva Ethan Edwards ma la porta si apre anche sul film più maturo di John Ford. Reduce dalla guerra civile Ethan (John Wayne) torna a casa ma non è la sua casa, è quella del fratello; qui ritrova la cognata verso la quale il regista fa intravedere una storia d’amore appena abbozzata, delicata come un sussurro.
Ma la sua famiglia viene sterminata e la sua nipotina Debbie rapita dai Comanches; inizia un lungo inseguimento che dura cinque anni.
Insieme al nipote adottivo Martin, l’inseguimento diventa un viaggio attraverso il West tra deserto e paesaggi innevati.
Un viaggio in cerca di vendetta e dove Ethan mostra tutto il suo odio verso i pellerossa.
Alla fine, tutti realizzano i loro sogni.
Ma non c’è nulla per Ethan; all’eroe solitario non resta che guardare gli altri entrare in casa mentre la porta si chiude alle sue spalle.

Un dollaro d’onore (Rio Bravo,1959)
Diretto da Howard Hawks, è il più bel Western urbano la cui trama si dipana nel piccolo mondo della cittadina di Rio Bravo dove nei protagonisti troviamo tutti gli elementi del genere dal burbero sceriffo John T. Chance (John Wayne) ai suoi aiutanti: Dude, l’amico ubriacone (Dean Martin), il giovane Colorado (Ricky Nelson) con la sua improbabile capigliatura e Stumpy (Walter Brennan), il vecchio sciancato e brontolone.
A questi si aggiunge Feathers (Angie Dickinson), un’avventuriera di cui lo sceriffo si innamora e i fratelli Burdett, proprietari terrieri potenti arroganti.
Una storia dallo svolgimento classico (i buoni contro i cattivi) ma che diventa un capolavoro grazie al sapiente alternarsi dei toni, costantemente in bilico tra dramma e commedia e ad un commento musicale di prim’ordine, dal “Deguello” che, si dice, i messicani suonarono ad Alamo fino alla sconfitta dei Texani, alle canzoni di Dean Martin e Ricky Nelson (che cantanti lo erano davvero).
Ma il mondo stava cambiando.
Gli Stati Uniti, impegnati nella Guerra Fredda, erano diventati il centro economico è politico di buona parte del mondo.
All’interno si passa dal maccartismo alla protesta razziale; la politica estera diventa sempre più interventistica, dalla guerra di Corea al Centro e Sudamerica fino alla guerra in Vietnam che genera un forte movimento di protesta; e poi l’assassinio del presidente Kennedy, di suo fratello Robert e di Martin Luther King.
Il Re è nudo e il mito del pioniere e del cowboy non regge più, l’eroe è invecchiato ed è stanco e le note di My Darling Clementine e di She Wore a Yellow Ribbon non suscitano più emozioni.
Il substrato economico, politico e culturale che ha accompagnato il cinema Western viene meno e si disperde in mille rivoli.
Il primo a rendersi conto di questa perdita di riferimenti del cinema Western fu uno dei suoi principali cantori, John Ford che con “L’uomo che uccise Liberty Valance” (The Man Who Shot Liberty Valance, 1962) mette a confronto due miti del cinema americano: John Wayne e James Stewart.
Il senatore Stoddard, insieme alla moglie Hallie (Vera Miles) torna a Shinbone per partecipare ai funerali di Tom Doniphon e racconta al direttore del giornale locale come avvenne la sua elezione e di come gli venne attribuito il merito di aver ucciso il fuorilegge Liberty Valance (Lee Marvin).
In realtà era stato Tom ad uccidere Liberty Valance ma il merito andò a Stottard; una leggenda costruita su una menzogna.
Tom perde tutto, anche la sua fidanzata Hallie, che lo lascia per Stottard.
Le abilissime sequenze che fanno intendere la profondità dell’amore che Hallie nutre ancora per Tom rendono la conclusione piena di una nostalgica tristezza.
Tom è uno sconfitto e allora brucia la sua casa bruciando con essa tutti quei valori che hanno fatto grande il cinema Western.
Ford dirige una seconda trilogia della Cavalleria che non è più considerata come una comunità protettiva ma come un insieme di individualità e dove la simpatia del regista va decisamente agli sconfitti.
In “Soldati a cavallo” (The Horse Soldiers, 1959) il senso di comunità e solidarietà appartiene solamente ai Confederali mentre ne “I dannati e gli eroi”,1960, questi sentimenti sono appannaggio delle truppe di colore, i “Buffalo Soldiers“; invece “Il grande sentiero” (Cheyenne Autumn,1964) è un omaggio agli sconfitti della Storia, ai pellerossa.
Il cinema Western, ormai privo di ispirazione, procede stancamente: Howard Hawks tenta delle variazioni del tema di Un dollaro d’onore con “El Dorado”,1967 e “Rio Lobo“,1970 ma senza successo.
La guerra del Vietnam crea il clima favorevole per lo sviluppo di un Western “revisionita” che vede le “giacche blu“ nei panni dei cattivi e una rivalutazione dei pellerossa: “Soldato blu“ (Soldiers Blue, 1970) di R. Nelson, “Piccolo grande uomo” (Little Big Man,1970) di A. Penn, “Un uomo chiamato cavallo,1970 di Elliot Silverstein, “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo“ (Jeremiah Johnson, 1972) di Sidney Pollack.
Questo tipo di Western culmina, parecchi anni dopo, con “Balla coi lupi” (Dances wiith Wolves,1990) di Kevin Costner, pellicola di notevole successo ma questa è un’altra storia.
Sì tratta di Western senza quei valori che hanno fatto grande il genere e che si disperde in tanti filoni.
Uno di questi filoni rinuncia anche alla sua ambientazione classica a favore del Messico e allora abbiamo “Gli avvoltoi hanno fame” (Two Mules for Sister Sara, 1969) di D. Siegel, “Il mucchio selvaggio“ (The Wild Bunch,1969) di Sam Peckimpah, “Giù la testa” 1971 di Sergio Leone.
Intendiamoci, si tratta ancora di film meravigliosi ma il tema centrale non è più il Vecchio West ma argomenti tipici della società del momento come l’amicizia.
Sergio Leone apre la strada al “Western all’italiana” con caratteristiche ancora diverse, dove i buoni non esistono e dove l’unico valore è il denaro; nasce la Trilogia del dollaro per approdare in “C’era una volta il West”,1968 in cui affronta la fine del West con l’avanzare della ferrovia ma anche la crisi dei valori dell’uomo (“una razza vecchia” dice Henry Fonda).
Tra gli epigoni del genere abbiamo Clint Eastwood, che, dopo la collaborazione con Sergio Leone, si dà alla regia con “Lo straniero senza nome (1973)”, “Il texano dagli occhi di ghiaccio (1976)”, “Il cavaliere pallido (1985) “, e soprattutto con Gli spietati (1992)”, sicuramente il miglior Western realizzato dal regista e attore.
E per finire, arrivando ai nostri tempi, ricordiamo i film di Quentin Tarantino: “Django Unchained “(2012), un Western che cita e parla di cinema, e “The hateful eight“ (2016) con la splendida colonna sonora di Ennio Morricone.
Sono film molto belli ma lontani da quelle tematiche che hanno fatto grande i film Western.
Insomma si tratta di un altro cinema, un altro genere, un’altra Storia.

Domenico Pontrandolfi

Storico

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Storia e storie

a cura di Domenico Pontrandolfi

Domenico Pontrandolfi laureato in scienze storiche, innamorato della storia…
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