Storia e storie
IL CORSO DELLA STORIA
Di
Domenico Pontrandolfi
In questo breve scritto cercherò di individuare alcuni elementi che hanno contribuito alla costruzione della nostra civiltà quando, tra il III e il II secolo a.C., il sistema economico, politico e sociale del mondo antico, basato sulla schiavitù, si trovò di fronte alla necessità storica di raggiungere un ulteriore stadio della sua evoluzione attraverso l’unificazione sotto un’unica guida.
Per quanto riguarda la Storia dettagliata degli avvenimenti, sono innumerevoli i testi a disposizione per chi vuole approfondire; per questo mi limiterò a fotografare, tra Storia e Storia romanzata, quei momenti che portarono all’unificazione del sistema schiavistico del Mediterraneo, prospettiva che, in quel momento, solo Roma (e l’Italia) si trovava, per forza ed omogeneità, nella condizione di poter realizzare.
A lungo Cartagine ed Annibale tentarono di dare alla Storia un corso differente ma alla fine prevalse Roma.
Sconfitta Cartagine, Roma volse lo sguardo ad Oriente, verso i regni ellenistici.
L’Oriente ellenistico stava vivendo un momento di grande instabilità soprattutto a causa dei problemi interni all’Egitto dei Tolomei della cui debolezza cercarono di approfittare la Macedonia di Filippo V e la Siria di Antioco III per ingrandire i loro territori; ma Roma non desiderava avere concorrenti nel Mediterraneo.
Il Senato dapprima dichiara guerra alla Macedonia di Filippo V che viene sconfitta a Cinoscefale dal giovane console Tito Quinzio Flaminino; ne seguì un trattato di pace relativamente mite (Roma intendeva usare Filippo come alleato nella preventivata guerra contro la Siria) che nel primo articolo prevedeva “In generale, tutti gli Elleni, sia asiatici che europei, saranno liberi e sottoposti a proprie leggi” (Polibio, XVIII, 44).
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LA “LIBERAZIONE” DELLA GRECIA (196 a.C.)
Era una bella giornata a Corinto ed io mi sentivo felice perché la guerra era finita e, soprattutto, perché avevo avuto il permesso di andare, per la prima volta, all’Arena per assistere ai Giochi Istmici; non vedevo l’ora di ammirare le gare di corsa, i lottatori e soprattutto il pugilato dove gareggiava un campione che apprezzavo molto.
In fila per entrare, sentivo il vociare degli altri spettatori; alcuni parlavano delle gare imminenti ma i più erano interessati alla fine della guerra e si chiedevano con preoccupazione cosa ne sarebbe stato delle città greche; qualcuno disse che il console Flaminino era a Corinto.
Ed eccoci nell’Arena ed ecco il trombettista e l’Araldo che, come di consueto, dovevano annunciare l’inizio dei giochi.
Uno squillo di tromba impose il silenzio mentre tutti erano in attesa della solenne formula che avrebbe dato il via ai giochi.
Invece, con grande stupore di tutti, l’Araldo inizia a leggere un proclama:” Il Senato romano e il generale Tito Quinzio, sconfitti il re Filippo e i Macedoni, ordinano che siano liberi, esenti da tributi autonomi, i Corinzi, i Focesi, i Locresi tutti, e l’isola di Eubea, i Magneti, i Tessali, i Perrebi, gli Achei della Flotide”.
Eravamo tutti ammutoliti, forse non avevamo sentito bene e ciascuno chiedeva al vicino delucidazioni ma nessuno aveva capito e da più parti si richiamava il banditore affinché ripetesse l’annuncio.
L’araldo legge di nuovo il proclama ed una gioia incontenibile, accompagnata da un fragoroso applauso, prorompe tra gli spettatori.
Per tutti, anche per me, i giochi persero di significato e si svolsero rapidamente.
Alla fine dei giochi tutti volevamo vedere il console Flaminino, ringraziarlo, toccargli la mano, mentre egli lanciava alla folla fiori e nastri.
Ero proprio felice.
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C’era dunque al mondo un popolo che a sue spese, a proprio rischio e sacrificio, combatteva per l’altrui libertà, e tale servigio non lo rendeva a popolazioni confinanti o vicine, o almeno dello stesso continente, ma passava il mare perché non vi fosse in alcuna parte del mondo alcun ingiusto dominio e dovunque onnipotente fosse il diritto, umano e divino, e la legge?
(Tito Livio, Storia di Roma, XXXIII, 32,4-33,8)
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LA SIRIA E LA FINE DELLA “LIBERTÀ” IN GRECIA
Le truppe romane lasciarono la Grecia (sia pure molto lentamente) e subito ripresero le tensioni fra le varie città e all’interno delle singole città.
Antioco III (presso il quale si era rifugiato Annibale) cercò di approfittarne sbarcando in Grecia ma i Romani intervennero prontamente e i Siriani vengono sconfitti a Magnesia (189 a.C.).
Con la pace di Apamea la Siria perde tutti i suoi possedimenti in Grecia ed in Asia Minore fino al Tauro; ormai Roma controlla tutto il Mediterraneo.
Intanto la “libertà” dei Greci si dimostra sempre più fittizia e il Senato interviene sempre più spesso nelle faccende delle varie città favorendo ovunque le oligarchie locali e provocando il malcontento dei ceti popolari.
E così, quando in Macedonia Perseo, figlio di Filippo, sale sul trono (179 a.C.) intorno a lui si aggrega tutta l’opposizione antiromana, soprattutto in Grecia, dove l’odio verso Roma era cresciuto estendendosi dai ceti popolari ai ceti possidenti.
Le ostilità iniziano nel 171 e si concludono con la battaglia di Pidna (168 a.C.) che rappresenta un autentico spartiacque nella politica romana; Perseo viene imprigionato e la Macedonia divisa in quattro piccole repubbliche e la Grecia conserva solo una parvenza di autonomia.
L’ epoca dei trattati di pace improntati alla mitezza sta declinando; Roma non ha bisogno più di alleati per governare.
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IL POTERE
Il re di Siria, Antioco IV, sincero amico di Roma, approfitta della situazione per muovere guerra all’Egitto spingendosi fino ad Alessandria; l’Egitto chiede aiuto a Roma che interviene prontamente.
Roma si limita ad inviare ad Antioco l’ambasciatore Popilio Lenate che gli trasmette l’ordine del Senato di evacuare l’Egitto; il re chiese tempo per riflettere ma l’ambasciatore traccia con una canna un cerchio intorno al re imponendogli di dare una risposta prima di uscirne.
Antioco IV obbedì immediatamente.
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LA FINE DELL’INDIPENDENZA DELLA MACEDONIA E DELLA GRECIA
Nel 149 a.C, la Macedonia, sotto la guida di un certo Andrisco che si spacciava per figlio di Perseo, si ribella ma Roma reagisce immediatamente.
Sconfitto, Andrisco viene condotto per le vie di Roma al seguito del corteo trionfale del vincitore Quinto Cecilio Metello e poi giustiziato; la Macedonia viene ridotta a provincia romana.
Alcune città greche, approfittando della situazione, cercarono di liberarsi dalla tutela di Roma ma la rappresaglia fu feroce.
Le leghe vengono sciolte e molte città sottoposte all’amministrazione della nuova provincia di Macedonia, le mura di Tiro e di Calcide vengono smantellate e la popolazione disarmata.
Ma la sorte peggiore tocca a Corinto.
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CORINTO
Maledetta!
Corinto, la mia splendida città era stata maledetta e consacrata agli dei inferi.
Nascosto tra gli alberi guardavo la mia città ormai ridotta ad un cumulo di rovine ancora fumanti, le mura smantellate; dove un tempo regnava la bellezza ormai c’era solo desolazione.
Dove sono i magnifici templi e gli eleganti palazzi, le taverne e i negozi, dove sono le strade brulicanti di mercanti e di lavoro?
I soldati di Roma hanno distrutto tutto e tutto saccheggiato mentre le opere d’arte che rendevano meravigliosa la mia città, le ceramiche, le statue, i gioielli venivano caricati su enormi carri e trasportate a Roma.
Sento ancora il crepitare delle fiamme, le urla dei miei concittadini e la loro disperazione mentre cercavano scampo nella fuga.
Coloro che sfuggivano alla spada erano attesi da un destino terribile perché sarebbero stati venduti come schiavi.
Mentre fuggivo, lentamente e stancamente, attraverso i campi pensavo a quel giorno di cinquanta anni prima quando, ancora giovinetto, andai all’Arena ed ascoltai l’editto di Flaminino che proclamava la libertà per la Grecia.
E pensare che ci avevo creduto.
Dove sei adesso Flaminino?
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CETERUM CENSEO CARTHAGINEM ESSE DELENDAM (CATONE)
“D’altronde penso sia necessario distruggere Cartagine” (Catone).
Il 146 a.C. fu un anno terribile per il mondo antico; la stessa sorte di Corinto, toccò a Cartagine (e qualche anno dopo toccherà a Numanzia).
La città, vinta da Scipione Emiliano, viene distrutta e sulle sue rovine vengono pronunciate le formule di consacrazione agli dei inferi a significare che nessuno più avrebbe potuto abitarvi.
I 50.000 superstiti (in gran parte donne e bambini) vengono venduti come schiavi e il territorio di Cartagine diventa ager publicus e costituisce la nuova provincia romana d’Africa.
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Nell’arco di mezzo secolo si era passati da un atteggiamento relativamente moderato verso i popoli vinti ad una politica di brutale conquista.
Ma cosa era successo per determinare un così radicale cambiamento nella politica estera romana?
Le prime conquiste estesero a dismisura traffici e commerci e questo portò allo sviluppo di un nuovo ceto dirigente di origine mercantile molto più interessato ad una politica di espansione rispetto alla vecchia aristocrazia terriera.
La nuova realtà richiedeva una diversa forma di governo determinando l’epoca delle guerre civili che si conclusero con la fine della Repubblica e l’affermazione del Principato che sancisce così l’unificazione del sistema economico basato sulla schiavitù.
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“Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant” (dove fanno il deserto, lo chiamano pace)
Publio Cornelio Tacito