Il problema, ormai sempre più complesso, del bilancio energetico dovrebbe essere rivolto con maggiore determinazione verso la cultura del mantenimento, piuttosto che orientato su soluzioni legate alla logica del consumo che innerva i sistemi economici globalizzati. La questione sta assumendo l’aspetto di un inestricabile nodo, in termini ecologici, e di un’occasione da non perdere per diversi settori di produzione, dove, però, è molto facile che l’interesse privato prenda il sopravvento su quello della collettività.
Del resto è ormai un dato incontrovertibile che linee di sviluppo incontrollato potrebbero portare prima o poi a disastri irreparabili. Abbiamo vissuto in questi ultimi tempi momenti inquietanti sotto il profilo ecologico1, acuiti e complicati dalla crisi economica che attraversa l’occidente.
Ma, purtroppo, non sembrano in molti ad essere sinceramente preoccupati e a darsi realmente da fare per contrastare questa minaccia. D’altra parte, gli stessi governi si esprimono con scarsa convinzione, offrendo rimedi riduttivi, articolati sostanzialmente in termini burocratici, trascurando invece gli aspetti culturali, destinati a formare proprio quelle coscienze che in qualche modo dovranno farsi carico della faccenda in una prospettiva nemmeno troppo lontana. Le problematiche del risparmio dell’energia e della salvaguardia dell’ambiente richiamano immediatamente il tema dell’architettura sostenibile. Un tema che, alla luce dell’attuale disciplina urbanistica, è spesso di difficile svolgimento, se non altro per il fatto che l’urbanistica dei numeri non sempre consente di dimensionare ed articolare gli edifici secondo le regole dell’architettura bioclimatica. Basti pensare a quanti e quali potrebbero essere i volumi che non si riuscirebbe ad includere nella griglia di un calcolo plano-volumetrico, se non a discapito dell’economicità del progetto. È particolarmente interessante, a questo proposito, scorrere il volume di Stefano Russo L’altipiano iranico per capire come questi problemi siano stati affrontati in passato con grandissima efficacia. La lezione arriva dall’antica Persia che, considerati tutti i distinguo dovuti al salto temporale, offre opportunità di riflessione molto utili alla formazione di una corretta cultura dello sviluppo sostenibile.
Le tre condizioni generali della sostenibilità suggerite a suo tempo da Herman Daly (tasso di utilizzazione delle risorse rinnovabili non superiore al tasso di rigenerazione; immissione di sostanze inquinanti e scorie non superiore alla capacità di carico dell’ambiente; stock di risorse non rinnovabili costante nel tempo) non sono diffusamente entrate a far parte del bagaglio tecnico dei progettisti e dei costruttori, tanto che alcuni principi fondamentali sono ancora troppo spesso trascurati (per esempio corretta insolazione, andamento dei venti, rapporto tra materiali impiegati e sito, raccolta delle acque, smaltimento dei rifiuti, ottimizzazione del risparmio energetico, costi generali di gestione, ecc.).
Nel volume di Russo si mette bene in luce come, utilizzando correttamente i quattro elementi naturali universalmente riconosciuti come fondamentali nelle antiche culture (acqua, terra, aria e fuoco), i primi Persiani escogitassero sistemi tecnici e costruttivi, gradualmente affinati dai Persiani dei grandi imperi, che permisero lo sviluppo della civiltà in un territorio di difficile praticabilità, in gran parte desertico, avverso per il clima e, di conseguenza, per le difficoltà di approvvigionamento di acqua. Ed ecco allora l’invenzione delle cisterne ventilate, delle prime ghiacciaie, i primi mulini ad acqua e a vento, i condizionatori d’aria, gli ambienti refrigerati per la conservazione dei cibi, le case e le moschee confortevoli dal punto di vista climatico, gli hammam, bagni pubblici sapientemente organizzati per ottenere temperature interne degli ambienti differenziate e costanti, e poi il confortevole equilibrio del caravanserraglio, studiato per contrastare le forti escursioni termiche dei deserti, o le piccionaie, sorprendenti architetture finalizzate alla raccolta del guano.
Il tutto in simbiosi con l’ambiente e nel rispetto più assoluto degli equilibri naturali. Scrive Stefano Russo: “In questo stretto accordo tra essere vivente e natura, quest’ultima ha saputo ripagare l’uomo, fornendogli tutto il necessario per esistere, proliferare ed espandersi, proprio laddove niente di tutto questo sembrava possibile”.
L’autore passa in rassegna tipologie e tecniche, documentando impareggiabili gioielli di architettura e descrivendo il loro perfetto funzionamento dal punto di vista bioclimatico.
Ecco allora le cupole a doppia calotta, nella cui intercapedine c’è circolazione d’aria, per le quali svolgono un ruolo essenziale gli angoli di incidenza dell’irraggiamento. Le cupole consentono un minore accumulo di calore diurno e una facile dispersione notturna grazie ad una superficie di contatto maggiore offerta all’aria interna, senza contare i benefici dei movimenti d’aria creati dagli scambi di temperatura tra le parti irraggiate e le parti in ombra. L’agevolazione del raffreddamento è poi legato alla ventilazione, favorita con genialità attraverso giochi di tiraggio, di intercapedini che favoriscono e intensificano i moti di aerazione, che sfruttano effetti di depressione e di accelerazione del vento e delle correnti d’aria interne. Calotte e lucernari consentono l’espulsione dell’aria calda e tirano aria fresca all’interno. Ecco i badghir, per esempio, speciali torri a vento, che permettono il rinfrescamento naturale degli ambienti. Grazie ad un’attenta esposizione il badghir cattura l’aria, che s’incanala in uno o più condotti refrigerandosi e divenendo quindi via via più pesante; moti discendenti la conducono alla base, dove preme sulle masse d’aria calda e/o viziata interna spingendola via attraverso altri condotti di espulsione.
Ecco i cortili, che sono veri e propri gioielli di bioarchitettura, spesso al di sotto delle quote dell’abitazione e della quota stradale, per godere del fresco della terra, dotati di specchi d’acqua e fontane che regolano il tenore di umidità dell’aria. La casa guarda alla corte interna. E la mediazione tra interno ed esterno è data dall’iwan, alto vano voltato con un lato aperto, e dai porticati. Il forte caldo, il vento secco del deserto, lo sbalzo termico, il difficile reperimento dell’acqua in secoli di storia non hanno impedito uno sviluppo funzionale, equilibrato e rispettoso. I qanat, canali che conducono ancora oggi l’acqua fresca dalla montagna, attraversano il deserto in millenari percorsi sotterranei, dunque invisibili e protetti.
A livello urbano la difesa dall’insolazione estiva e la dispersione di calore in inverno sono garantite dalla fitta aggregazione delle costruzioni, appoggiate l’una all’altra. Certo, tutt’altra cosa è l’inquietante urbanizzazione dell’attuale Teheran!
Nell’architettura della tradizione, i mattoni realizzati con la tecnica della terra cruda (impastata con paglia e acqua compressa in casseforme di legno) e gli speciali intonaci terrosi, impermeabilizzanti e traspiranti, garantivano un ottimo isolamento termico ed acustico. E non solo: stabilizzavano le temperature, ma regolavano anche l’umidità dell’aria cedendo o assorbendo. Ed è accaduto, nella storia, che interi villaggi abbandonati tornassero alla terra, chiudendo un ciclo senza impatto ambientale, e cancellando, nello stesso tempo, la sapienza millenaria di una grande civiltà. “La speranza è che la passata esperienza umana ci insegni a tornare presto, con infinita umiltà e rispetto, a stringere un nuovo, indispensabile e durevole patto con la natura”. Questa aspirazione di Stefano Russo è anche la nostra.